Logo del Centro Tartaruga

La Tartaruga è un Centro Polifunzionale Giovanile oltre ad essere un Centro diurno che accoglie minori con provvedimento dell'autorità giudiziaria. La stessa nasce come progetto sperimentale e viene avviata nel giugno 2001 quando, per differenziare il trattamento dell'utenza minorile tossicodipendente (trattata presso la comunità terapeutica di Somma Vesuviana) da quella che non si dichiara tale, si iniziano a sperimentare in questo centro interventi per minori che non fanno uso di sostanze (area penale, amministrativa, minori extracomunitari).
In realtà nel corso del tempo ci si è resi conto di aver sperimentato "un modo innovativo di percepire la comunità e le sue regole, i suoi spazi, i suoi tempi, l'organizzazione tutta".
Innanzitutto "La Tartaruga" si trova al centro del Comune di Marigliano, in una posizione strategica, ben servita dai mezzi di trasporto urbano ed extraurbano, ideale per la prossimità territoriale e facilmente raggiungibile dai ragazzi e dalle loro famiglie. L'ubicazione del Centro ha creato le premesse per interventi nuovi, ha strutturato le basi per conoscere i ragazzi ed i giovani del comune di riferimento e di quelli limitrofi, orientando gli operatori a sperimentare un "nuovo modello d'intervento" incentrato sull'apertura e sull'accoglienza senza riserve, che rappresenta il viatico per l'implementazione di un centro socio-educativo che vuole mettere radici e scambiare humus con il territorio nel quale è inserito.
Un ulteriore elemento da sottolineare è l'integrazione tra i due mondi definiti per antonomasia contrapposti: "l'agio ed il disagio", che al centro Tartaruga si sono conosciuti, intersecati, scambiati, definiti, e che hanno dato la possibilità di utilizzare le differenti risorse di ognuno, dei ragazzi con difficoltà e dei cosiddetti "ragazzi normali". Viene privilegiata la persona nell'ottica di valorizzarne le caratteristiche, il vissuto e la peculiarità della sua storia. I ragazzi portatori di un disagio personale, socio-familiare, culturale "camminano" parallelamente ai ragazzi provenienti da famiglie cosiddette "normostrutturate", si incontrano in quella che noi abbiamo definito una "piazza sana" che affronta il problema del disagio giovanile puntando sull'espressione delle positività di ognuno, delle capacità, di tutto quello che è il bagaglio individuale inespresso, provando a decodificare i segnali ed i messaggi che l'universo adolescenziale mostra e cela contemporaneamente.
L'apertura su cui si è lavorato ha avuto risvolti molto positivi sia per i ragazzi che per le loro famiglie e la cittadinanza tutta. Per i minori in misura cautelare la conoscenza di alcune persone, di coetanei, di ragazze è diventata un'esperienza forte da portare avanti; sono nate amicizie importanti, storie preziose che hanno segnato la loro vita e cambiato, in alcuni casi, il corso della loro storia, rivedendo l'anamnesi personale e puntando maggiormente sulla rivisitazione critica di quanto vissuto fino a quel momento.
Il centro Tartaruga è innanzitutto "una casa".
La casa "Tartaruga" è bella, oggettivamente. È lenta, soprattutto! In verità è lenta ed anche veloce, nel senso che prova a coniugare il tempo. Il tempo "lento", quello ambito, è concime per le relazioni umane. Credo che questo sia il requisito più prezioso per un servizio che vuole e deve offrirsi alla persona. La Tartaruga è anche dura di guscio, è solida. La Tartaruga è piccola, si lascia amare. Resta comunque una casa; una casa molto popolata, a tratti popolosa.
Sembrano esserci "una forza ed un'energia" tali da portare i ragazzi ed i giovani ad avvicinarsi ed a diventare parte integrante del contesto. La Tartaruga è proiettata all'esterno con fluidità di scambi verso il territorio, con reti solidali che si sono costruite partendo da contatti personali, rapporti individuali che si sono infittiti e che sono cresciuti, incrementando ed alimentando quel senso di comunità accogliente e solidale, oltre ad uno spazio di ascolto attivo e di orientamento. Tale organizzazione presuppone un grande lavoro di squadra da parte degli operatori ma, al contempo, prevede la ramificazione dei rapporti nel tessuto urbano, uno "scambio bidirezionale" che ne fa un punto di riferimento territoriale per grandi e piccoli; le stesse persone che in un primo momento vi si avvicinavano con perplessità e dubbi, oggi rappresentano il buon vicinato e sono risorse indispensabili per il moltiplicarsi dei rapporti e della rete di conoscenze.
I ragazzi del territorio che sono cresciuti nel giardino e nei laboratori del centro, oggi sono i giovani-adulti che accompagnano le nuove generazioni, i più piccoli, che cominciano ad affacciarsi e ad essere incuriositi da tutto quello che li circonda. L'entusiasmo ed il mettersi in gioco coinvolge tutti indistintamente, pre-adolescenti, adolescenti, giovani ed adulti che, insieme, si "contaminano", che diventano "i protagonisti" responsabili dell'attivazione di un processo di accoglienza ed ospitalità. Crediamo che i nostri ospiti possano utilizzare tali spazi per incontrarsi, aggregarsi, socializzare, trascorrere tempo libero...in un modo nuovo...sentendo e vivendo l'appartenenza ad un luogo "adottandolo" come si fa con un monumento, avendone cura, gestendo, in alcuni casi anche in autonomia, gli spazi ed i tempi.
Nel suo progetto educativo generale ed in quello individualizzato appaiono una serie di elementi che vanno a costituire l'ossatura portante della comunità.
Quando un ragazzo entra in comunità è spinto a rivedere il proprio modo di comportarsi alla luce di un contesto nuovo nel quale sono adottate regole e comportamenti differenti da quelli da lui conosciuti. Per parecchi, infatti, l'approccio è ricco di ansia ed agitazione, vivono un senso di solitudine ed assumono l'atteggiamento di chi è pronto ad attaccare per difendersi. La possibilità di trovare un ambiente accogliente e confortevole pone i giovani ospiti nella condizione di essere più rilassati e disponibili alla conoscenza delle persone che incontrano.
Sono poche le regole che caratterizzano la nostra struttura e da queste si parte per stabilire insieme un modo consono ed un percorso adeguato ad una crescita individuale e di gruppo. Il canovaccio dal quale si parte, in realtà, rappresenta realmente la "cornice" all'interno della quale vanno sistemati i contenuti: i colori, le linee, le forme, i soggetti, le prospettive, i paesaggi e tutto quello che necessita per un buon risultato, un risultato adatto alle potenzialità di ognuno.
Quello che emerge in modo evidente e che sembra essere il nodo portante di questa esperienza è che i ragazzi, costretti a stare in comunità in seguito all'emissione di un provvedimento di misura cautelare da parte dell'Autorità Giudiziaria, esprimono la volontà di "condividere" l'esistente insieme agli adulti di riferimento e di accettare un rapporto forte e stimolante che li coinvolga in prima persona, li sproni ad assumersi delle responsabilità, a mantenere gli impegni presi, a provare dei "sentieri" nuovi e sconosciuti.
Con i ragazzi noi stabiliamo delle relazioni affettive forti e significative al di là di schemi e di convenzioni stereotipate, che crediamo possano funzionare come catalizzatori delle capacità individuali; i nostri giovani ospiti leggono e scrutano laddove pochi riescono ad entrare; sentono la "vera vicinanza", quella di chi crede in loro e di chi gli sta a fianco. Essi vanno conosciuti, apprezzati, incoraggiati...ai ragazzi vanno offerte opportunità partendo da ogni singola vita. Ci sono pezzi di storia tristi da raccontare, dai loro volti, a volte, si legge il dolore, la privazione della spensieratezza e del gioco e l'aver assunto un "ruolo" nel contesto sociale, quale quello di deviante o di minore a rischio, troppo in fretta rispetto all'età ed al livello di sviluppo personale. È molto importante stimolare il dialogo e parlare di quel dolore, i ragazzi devono imparare a gestire le frustrazioni, a misurarsi con le delusioni ed a conoscere i propri limiti.
I ragazzi vanno "educati a perdere tempo" nel senso di viverlo in modo diverso, prediligendo la parte emotiva e relazionale. A differenza di una giornata scandita da compiti ed orari prestabiliti, proviamo a proporre tempi meno rigidi e precodificati, che si adattano alle loro esigenze e che gli permettono di vivere le emozioni, di rallentare i gesti ed i pensieri arricchendosi di una dimensione nuova.
Come viene percepito e gestito l'habitat?! Come sono gli spazi di vita quotidiana?! Sono spazi che si personalizzano, che vengono vissuti, amati ed odiati; che in alcuni momenti appaiono "piccole celle" ed in altri "luoghi di libertà e di espressione", difficili da gestire perché fanno dei nostri ragazzi degli "attori", i principali attori di uno spettacolo la cui peculiarità è di rinforzare il loro senso di responsabilità ed il senso di appartenenza. La struttura viene percepita come una "casa accogliente" che non ha necessariamente bisogno di essere chiusa ma può permettersi la cosiddetta "libertà" di includere e di lasciarsi attraversare con la spontaneità piuttosto che con la costrizione. L'atmosfera che si respira è quella di una ricca trama di legami e relazioni che genera una comunanza ed una condivisione di pensieri e di linguaggi. La vita all'interno della struttura può avere ritmi differenti rispetto alla normale vita di comunità può essere in alcuni momenti più lenta ed in altri più accelerata, in virtù degli stati d'animo dei soggetti, sia adulti che ragazzi, delle esigenze quotidiane, delle necessità, dei sentimenti, delle gioie, dei dolori, dei malesseri, delle soddisfazioni...
Con i ragazzi ci poniamo di lato, al loro fianco, camminiamo col loro passo, parliamo col loro linguaggio, li avviciniamo e proviamo ad ascoltarli. Occorre esserci, vivere e trascorrere molto tempo insieme, guardarli ridere ed essere tristi, comprenderne i malesseri e leggerne le difficoltà o le gioie. Occorre essere se stessi, con le proprie difficoltà, con la propria umanità. Occorre educarli a volersi bene in modo da poter raggiungere un buon grado di autonomia e di poter contare sulle proprie forze.
Non occorrono regole e divieti rigidi ed indiscutibili, non servono tempi e spazi prestabiliti per ogni situazione, ciò che occorre è la presenza dell'educatore che, all'interno della relazione affettiva creata e rinforzandone il legame, può spiegare una decisione presa, un "no" detto. È molto complicato e difficile dire "no" soprattutto perché, in quanto manifestazione di autorevolezza, richiede coerenza da parte degli adulti ed i ragazzi, come ben sappiamo, sono abili a leggere le incoerenze dei grandi e quindi a mettere in discussione il loro tasso di "credibilità educativa". I ragazzi hanno bisogno di riferimenti autorevoli verso i quali indirizzarsi, di "navigatori coraggiosi" che li accompagnino con ardore e competenza, chiedono il confronto/scontro per capire fin dove possono arrivare, a cosa sono giunti e verso quale strada andare, facendosi aiutare dalla solidità e dalla crescita dei legami affettivi instaurati.
Un altro aspetto determinante della metodologia adottata è quello relativo al rapporto con le famiglie dei minori ospiti della comunità. Abbiamo sperimentato, con un eccellente risultato, la "buona pratica" di coinvolgere, laddove risulta possibile, quotidianamente, il nucleo familiare nel percorso educativo del ragazzo. Lo stesso può essere presente, non solo e non tanto per un'ora a settimana come nei precedenti regolamenti comunitari ma, considerato un valore aggiunto nel processo formativo del ragazzo, lo invitiamo ad essere parte integrante della "quotidianità educativa", ad essere presente nei momenti formali, come ad esempio un gruppo di mutuo-auto-aiuto, ed a quelli informali, come un pranzo, e vivere con i loro figli questa esperienza. La famiglia viene intesa, anche in questo caso, come risorsa, come rete relazionale che ingloba e che diventa "traino"; la famiglia che vive il contesto, che accompagna e che diventa valido ed adeguato sostegno per il ragazzo. La vera nota positiva risulta essere, la presenza dell'educatore nei momenti di verifica presso il domicilio del ragazzo, trascorrendo ore di vita quotidiana insieme ai componenti del nucleo familiare, osservando, diventando parte della loro realtà, conoscendosi meglio, percependo le dinamiche, scrutando il territorio di provenienza. Questo strumento di verifica e di conoscenza è risultato essere un ottimo metodo per "entrare nelle pieghe di alcune realtà e per ridurre le barriere culturali che si creano e che riducono la possibilità di comunicare". Quella che viene normalmente definita "licenza-verifica" e che viene puntualmente richiesta dai minori ogni settimana è stata da noi eliminata e sostituita da questo nuovo modo di concepire una verifica del programma svolto, rispetto alla quale la continuità del percorso viene maggiormente garantita ed il rientro in famiglia viene sostenuto da un supporto educativo adeguato.
Il motivo "fondante", la finalità, se così si può dire, di un servizio aperto sul territorio è generalmente legato al disagio, alla riabilitazione, alla cura, ad una cosiddetta "patologia". In linea di massima tale finalità è chiaramente percepita da parte degli attori sociali coinvolti, è chiaro a tutti (ospiti, operatori, volontari, frequentatori a vario titolo), insomma, perché quel servizio esiste, quale disagio o problema è deputato ad affrontare e tentare di risolvere. Di recente una tirocinante al suo primo turno alla Tartaruga non riusciva a capire chi fossero gli utenti e cosa si facesse in questo posto. Le è stato detto di non preoccuparsi perché "la Tartaruga è un pò così...".
Ci siamo chiesti cosa significa "un po' così..."?
"Un pò così..." significa che quel pomeriggio, in casa c'era una sala cinema con i bambini del territorio, l'internet point per gli adolescenti, un corso di informatica, i frequentatori del centro di aggregazione, due disabili, due signori anziani, bambini in giardino con le biciclette, le altalene, giovani che suonavano nella sala insonorizzata giù in cantina etc... Insomma un pullulare di attività e di persone: i frequentatori della casa spaziano nella fascia di età dai 6 ai 75 anni!!!
Ora in un contesto di tale tipo un minore "in area penale" non è più un "utente" di una comunità per minori devianti. E anche l'operatore non è più l'educatore di una comunità per minori in area penale. Questa è una forza incredibile della Tartaruga.
Il disagio è disciolto, diluito, rarefatto, defluisce naturalmente verso altro... Qualcuno, ortodosso della riabilitazione, potrebbe obiettare su questa "terapia naturale" poco professionalizzata. Ebbene è la "naturalità" della vita di questa casa che sottrae all'autopercezione dell'utenza stessa il suo disagio, la sua presunta "diversità", la sua "deviazione" dalla norma socialmente stabilita. Questo processo fa bene a tutti, a chi è ospite e a chi ci lavora. Qui si impara a cucinare, non a mangiare cibo precotto; qui non si applicano terapie scolastiche e scuole tecniche ma la vita del centro scorre da sola... C'è sempre da fare. Ed il da fare lo si fa insieme mai da soli. "La casa" è al centro, è il centro. Le cose che accadano qui quotidianamente sono partecipate e condivise da tutti gli ospiti... Riflettevamo, di recente, con i ragazzi su alcune parole socialmente molto diffuse. Il termine "esclusivo" ha valenza fortemente positiva nella nostra cultura: un ambiente esclusivo, una crociera esclusiva, un locale esclusivo etc.. Questa è una cosa terribile! Se è positivo escludere si suppone sia negativo includere. I luoghi "esclusivi" sono quindi socialmente ambiti, considerati "di valore", "selettivi", "per pochi eletti", allora proponiamo per contrapposizione un luogo "inclusivo".
Anche il termine "estremo" è una parola con forte connotazione positiva nella nostra cultura e nell'immaginario collettivo giovanile e non solo: sport estremi, esperienze estreme, vacanze estreme, serate estreme etc. E "l'ordinario"? Il "quotidiano"? Si suppone abbiano per i giovani valenza negativa, grigia, ordinaria, anti-eroica...chi li accompagnerà verso quella quotidianità che è la vita stessa?
Anche la parola "velocità" ha valenza positiva: la nostra società è un inno alla velocità. La lentezza è quindi disvalore. Viviamo, nella strutturazione sociale delle categorie temporali una inflazione da presente a scapito del futuro e del passato. Il passato è "vecchio", è il "nuovo" che ha valore. La memoria è quindi disvalore. Per la nostra società conta il presente, non il futuro né il passato. Chi insegnerà ai giovani la differenza tra i bisogni che schiacciano nel presente ed hanno il fiato corto ed i desideri che guardano oltre, più in la nel tempo?!
La fruizione di tutti i beni è sempre più individualistica e privata a scapito della partecipazione collettiva, del vivere in comunità.
La Tartaruga si propone come centro di "antinomie sociali", di contraddizione tra principi, di contrasto tra concetti. Quindi: inclusivo versus esclusivo; bene comune, collettivo versus bene privato, individuale; lentezza versus velocità; ordinario e quotidiano versus estremo; desiderio versus bisogno. Il progetto Tartaruga nel rifiutare una scala di valori siffatta deve tendere ad essere un "progetto culturale sovversivo" nel senso che deve tentare di sovvertire, rovesciare questa scala proponendo un terreno non teorico ma fenomenologico, concreto, di esperienze vissute.